neptune

rocsenne | 18 | italian
they say love is blind.
oh baby, you're so blind.

Rione Traiano

gustomela:

Il Rione Traiano è nella zona di Soccavo, non è periferia ma non è nemmeno città.
È appena al di là di Posillipo, il quartiere più ricco di Napoli, talmente ricco che non c’è niente: infrastrutture zero, trasporti il minimo. La gente se proprio è di infimo rango gira in taxi, la vita sociale è al Circolo o ai club a invito. Insomma, Ferito A Morte di La Capria. Una Napoli stordita dal PIL a livelli svizzeri, assolutamente strafottente di tutto il resto. La classe digerente. Che in realtà non sta solo là.
Appena passato Posillipo (che geograficamente è un promontorio, l’ultima altura prima che la città si faccia periferia) c’è Fuorigrotta, il quartiere della fiancée di Silvio Belusconi. Un quartiere strano, come è strana per me tutta l’area flegrea. Già solo perchè è pianeggiante, mentre Napoli non lo è, è tutta a colline (Vomero, Capodimonte, Colli Aminei) e saliscendi. Dipende molto da come la vivi, immagino, ma questa è la mia Napoli, quella dei saliscendi. Scendere per andare a lavorare, salire per tornare a casa. Salire e scendere per portare i bambini dai nonni.
Quindi insomma, c’è una certa peculiarità flegrea che avverti subito già a Fuorigrotta perchè è piatta. La zona del San Paolo per esempio: uno slargo così vasto in centro città non esiste da nessuna parte. Eppure il San Paolo, lo stadio, è sicuramente un punto nevralgico della città. Uno snodo decentralizzato. Fuorigrotta è così. Un quartiere dignitoso, di lavoratori, molti di loro occupati un tempo nell’ILVA, una classe operaia comunista come a Napoli non ce n’è mai stata altrove. Solo lì. Gente con coscienza di classe. Una cosa che ha fatto sì che lì, a Fuorigrotta, nonostante non fosse la Svizzera, la criminalità non ha mai comandato a tutti i livelli come avviene in altri quartieri. Non ha mai trovato orde che la stessero a sentire, che abboccassero alle sue promesse di guadagni grossi e facili alla faccia dei poveri stronzi che si fanno il culo in modo più o meno onesto.
A Fuorigrotta c’è pure l’università. Frammentata in 3-4 centri che se invece fossero uno si potrebbe pure pensare a un Politecnico napoletano. E invece no. Sono le facoltà scientifiche più moderne, le fabbriche di ingegneri. Un mondo da me lontanissimo.
Insomma è un quartiere non ricco ma ben organizzato, che funziona, ben servito dai mezzi, con anche un bel vialone (Viale Augusto… sotto Viale Augusto che ce sta?) dove ci stanno anche grossi studi di avvocati, notai, commercialisti.
Tutta la zona ha una sua toponomastica romana. Siamo in zona flegrea, quella cantata da Virgilio nelle Bucoliche. Quella cara all’imperatore Adriano, che volle morire sulla spiaggia di Baia (vedi quel libro straordinario che sono Le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar). Abbiamo così Via Adriano, appunto, e poi Viale Augusto, Via Cinthia, Via Caio Duilio, Via Giulio Cesare, Via Catone, persino una Via Proserpina. Il Vomero è a non più di un paio di stradoni di distanza.

E poi c’è Viale Traiano.
Se Fuorigrotta-Soccavo è il primo lembo di periferia dopo il centro, o l’estremo lembo di città prima della periferia, allora la zona di Viale Traiano – appunto il Rione Traiano – è la periferia di Fuorigrotta, e in quanto tale periferia a pieno titolo. Lo capisci dalla desolazione e dall’abbandono. Dal fatto che non ci arrivano mezzi. Dal fatto che, a differenza della civile Fuorigrotta, qui c’è inciviltà a tutti i livelli. Mischiata alla bontà di tanta gente, semi-analfabeta e costretta a vite durissime e border-line, ma a loro modo buona. Solidale, pronta a dare una mano alla signora del piano di sotto che non si può muovere. La cummara, 'o cumpare. Magari vivono di parassitismo criminale, ma molti, molti di loro, non hanno mai avuto esperienza di nient’altro, e questo è colpa di chi amministra la città, non del popolaccio ingovernabile.
Nonostante siano sostanzialmente nello stesso quartiere, un ragazzo del Rione Traiano uno studente di ingegneria non lo sfiora nemmeno. Due mondi a parte in uno stesso corpo, come due gemelli siamesi costretti a stare nella stessa carne ma con due teste diverse.
Una cosa mostruosa, come mostruosa io sto vedendo questa città da un paio d’anni a questa parte. Lei cambia in peggio e io invecchio e non ho più la voglia e la pazienza di ricordarmi che è anche bella. Sì, perchè ormai è un ricordo. Lo era anche prima, ma era più vivo. Oggi lascio che la bellezza venga a frammenti quando capita, non la cerco più. Un momento di pace mentre giro un angolo e mi ritrovo il tramonto sul mare, struggente. Come un quadro di Pitloo. Uguale. Ma è appunto un frammento.
Poi arriva la valanga di merda. Sempre più copiosa.
Terra dei fuochi, Genny ‘a carogna e ora l’uccisione di un 17enne al Rione Traiano per mano di un Carabiniere di 22 anni: due stronzilli.
Un paio d’anni fa non avrei avuto esitazioni a capire chi aveva torto e chi ragione, non avrei avuto troppi dubbi su chi è il colpevole. Il Carramba! L’altro povera vittima delle ingiustizie sociali.
Oggi no. Oggi mi sono ritrovata a pensare che l’episodio del Rione Traiano ci ha tolto di circolazione due sacchette di monnezza: il nullafacente che non va a scuola e che trova normale andare in giro sul motorino senza patentino e assicurazione insieme agli amichetti apprendisti delinquenti o già pregiudicati a nemmeno vent’anni. E lo sbruffone di turno in divisa che perde i nervi perché uno stronzetto l’ha seminato durante l’inseguimento e l’avrà pure sbeffeggiato: andrà in carcere. 
Insomma ho provato schifo per entrambi. E un po’ di pena per il ragazzo morto, perché a 17 anni non posso pensare che era già irrecuperabile, e perché a 17 anni abbiamo il cuore pieno di sogni, anche se sono quelli criminal-trash di un cafuncello del Rione Traiano. 
Ma, ma… Intervistano i familiari, gli amici del Rione. Vedo ragazze di 15-16 anni con l’aria di donne vissute tutte agghindate nelle loro pezze cafonal, fresche di parrucchiere perché ci sono le telecamere. Pronte a esibire lo shatush e l’iPhone con le foto del ragazzo morto prese da Facebook. Ragazzetti con l’atteggiamento di chi sa come va il mondo e, loro sì, sanno campare. Il fratello del morto che arraggiona con voce grossa e gesti plateali davanti alle telecamere invocando l’omicidio come capo d’imputazione. Non perché sia giusto così ma perché deve avere ragione. Vedo madri e zie che accettano di farsi fotografare e sbattere sui siti in atteggiamenti prostrati e scomposti che sono pura esibizione.
L’esibizione del morto.
Sarà che ho un’idea del lutto e del dolore che è distante anni luce da quelle scene, ma le ho trovate davvero rivoltanti. 
Fanno il paragone con Cucchi, Aldrovandi. Saviano, sempre più bisognoso di psichiatra, con Ferguson.
Mi sembrano cose molto diverse. Una sorella e una madre che si battono per avere giustizia per il fratello e il figlio, ma che non li hanno mai esibiti per guadagnare visibilità loro stesse.
Che sarà quella della gente del Rione Traiano? Focosità napoletana? Quel sentirsi attori e cercare quindi pubblico che è tipico di ogni napoletano? Tante Sofie Loren obese e coi capelli unti e mal tinti. The world is a stage! Oh yeah. Una cosa che smorza moltissimo il dolore. Un grande anestetico.
Si sprecano tastiere a dire che Napoli morirà, che il tumore è in metastasi.
Io devo dire che non l’ho effettivamente mai vista peggio.
Ma mi sono rassegnata alla sua immortalità malata. 
Una città infetta, in piena sepsi. Ma come dire… è malato solo ciò che è vivo, e Napoli è vivissima. Il suo tessuto necrotico alimenta l’infezione senza consumarsi mai. Non so com’è, cos’è. So che è. So che è quello che consente alla gente di trovare la voglia e la forza di andarsi a esibire in tv invece che di piangersi il morto nel chiuso del proprio privato. So che in un certo modo questo atteggiamento rivoltante pure merita rispetto: io non ho una vita difficile come quelle persone e forse il potermi piangere un morto privatamente è persino un lusso.
Ma possiamo sempre trovare queste giustificazioni? Possiamo sempre accettare di vivere nel tanfo di questa cancrena?
Io sono stufa. So che dietro le belle vedute di Pitloo c’erano i vicoli putridi con le latrine a cielo aperto, so che Napoli infondo non è mai cambiata ed è sempre uguale a se stessa. Ma si può vivere in questa fissità fuori dal tempo? Cos’altro inventarsi come scusa per accettare lo schifo di tutti i giorni? O anche solo le difficoltà. Accettare tutto. 
Crolla la Galleria e che fa (Salvatore Giordano, per lui si che ho provato pena e dolore e ho pianto davanti ai fiori lasciati sui calcinacci). Pensa se erutta il Vesuvio.
C’è un sindaco di merda e che fa. Tanto mica c’è di meglio.
Insomma invece di parare le inculate, pensiamo a spalmarci allegramente la vasellina.
Ci deve piacere proprio.
O sarà che se guarda al futuro il napoletano s’attende sempre di stare peggio e allora se il presente è insopportabile vede di sopportarlo lo stesso.
E io in effetti sopporto. Se vivo qua, significa che m’adeguo e sopporto pure io. E quanto sopporto. Che una quasi deve spiegarlo com’è che è napoletana. Come se per uno di Empoli essere di Empoli fosse una questione o un tema da affrontare.
Per noi lo è.
E a volte la sento persino come una colpa. Che faccio io per cambiare? Dovrei rispondere piagnucolante: e io da sola che posso fare, gne gne? No. Perché dovrei farlo io? Sono io che contribuisco a buttare ancora di più questa città nella merda? Io in questa merda ci devo navigare e devo subirla. Il mio contributo è già questo: che la subisco e vado avanti e che nel mio piccolo ambito lavoro a che qualcosa da questi schizzi di merda resti riparato.
E a volte pure sale una vergogna che quasi ti costringi di provare per essere concittadina di un Genny Carogna o di una Sophia Loren di periferia che esibisce un morto che prima che fosse morto magari a stento incrociava per strada.

A questo punto di un post del genere chi scrive cosa dovrebbe mettere? “Proposte per dire no alla criminalità”. “Scediamo in piazza”.
No, sono stanca… Mi scoccio. Mi rompo proprio di dover protestare io per fattacci commessi da persona anni luce da me. 
Vorrei che si estinguessero da soli i criminali e chi li giustifica (quanti intellettualoidi o pseudo tali). Vorrei non dover vedere più dilagare la cafoneria, l’ignoranza, il vittimismo, che a volte fanno un thresome fantastico. E che vengono prima della delinquenza, la precedono e la nutrono. Vorrei che se un ragazzo a 17 anni non va a scuola lo si prendesse a calci in culo, non che glielo si pari con mille scuse e giustificazioni. Vorrei anche che non si desse uno stipendio a un ragazzino di 22 anni che non sa portare una divisa e men che meno una pistola. Perché mi sembrano entrambi quasi la stessa cosa.
Non chiedetemi altro.
Di scendere e di protestare. Non sono buona.
Io sono buona a dire ai miei figli che ciò che fa schifo fa schifo e non lo si deve manco sfiorare: fa schifo. Schifatevene, figli miei. Schifatevene.
Mamma vi spiega Pitloo. Così vi affezionate al bello e il brutto imparate a schifarlo. Mai accettarlo, mai metabolizzarlo. 
Non salverete la città dall’essere la merda che è oggi (e chi c’è mai riuscito, e poi non spetta a voi), ma almeno non avrete tanto imbarazzo a dire che siete napoletani. E non dovrete buttare a mare Pitloo assieme alla merda. Che sarebbe un sacrilegio.

Si può stare ancora a Napoli per Pitloo?

high resolution →
Siamo noi.

Siamo sempre stati forti a lasciarci negli abbracci.
A proteggerci dai sassi.
A difenderci dagli altri.
A lasciarci i nostri spazi.
A toccare con un dito questo cielo che spalanca l’infinito.

Francesco Renga. (via haipromessodiportarmialmare)

Ed io ti ho subito notato, perché c’è qualcosa di diverso dentro agli occhi di chi è stato abbandonato.

Mostro. (via imborntodiee)

 

instabileatrofia:

Più che le conquiste, è la somma di quel che perdi che ti rende ciò che sei.

Un giorno mi perderai come si perdono gli accendini, lasciati distrattamente nelle mani di qualcun altro che ne ha bisogno.

Chou, Tabacco Fresco. (via toanywhere)

(Fonte: soffroeppuremivienedaridere)